Pianta del buon enrico

Piante aromatiche

Buon Enrico - farinello

Il nome è in onore di Enrico III di Navarra, poi Enrico IV re di Francia, soprannominato il buon Enrico per il suo carattere buono che lo rendeva beneamato dalla sua gente, nonché mecenate dei botanici di quel tempo.

di Redazione

03 ottobre 2012

Caratteristiche della pianta

Il Chenopodium bonus-henricus L. prende il nome di farinello buon-enrico o più semplicemente buon-enrico o farinello, ma anche zampa d’oca. Il quest’ultimo nome deriva dalla forma delle sue foglie che ricorda la zampa dell’oca: dal greco “chen” che significa “oca” e “pous” che si traduce con “piede”. Altre nomi regionali di questa pianta sono colubrina, crisolocano, spinaccio di monte, mercorella, sangià, vercheinon. È una pianta erbacea perenne delle Amaranthaceae, che può cresce fino ai 60 centimetri di altezza. È anche commestibile e il suo sapore molto simile a quello degli spinaci gli è valso il sopranome di spinaccio selvatico. Ha un aspetto per la maggior parte liscio, ma in alcune zone presenta dei peli viscidi, non urticanti. Se vengono sfregati, si sprigiona un odore sgradevole e rimangano attaccati alle dita, dando la sensazione che la pianta sia farinosa, da qui farinello. La radice è piuttosto grossa per un’erbacea; legnosa e ramificata, presenta una colorazione giallastra. Le foglie hanno una disposizione alterna; sono intere, picciolate e astate o sagittate cioè a forma triangolare con base allargata ai lati esterni, tipo una freccia. Il colore è verde scuro nella pagina superiore, più chiaro in quella sottostante, con la lamina ondulata. Dall’asse floreale che spicca verso l’alto si forma una infiorescenza terminale a spiga con densi glomeruli, non sempre continui. I fiori globosi verdastri e sessili, compongono questi glomeruli, che divengono di colore rosso-brunastro a fioritura, ovvero tra giugno e settembre. Nello specifico i fiori sono ermafroditi, pentameri (ovvero con 5 petali, 5 sepali) e attinomorfi. Il frutto è una capsula carnosa e succosa, non deiscente, che contiene dei piccoli semi reniformi di color bruno-lucente.

Coltivazione e raccolta

Cresce in luoghi incolti o attorno ai ruderi, ma il terreno deve essere argilloso e ricco di azoto. Se vogliamo coltivarla, inoltre dobbiamo far si che il suolo sia ben drenato e scavato in profondità, per un migliore radicamento, e che sia dove possa essere raggiunto da una buona dose di raggi solari diretti al giorno. Le piante cresciute in semenzaio dovrebbero essere messe a dimora nel tardo aprile, ma non sono facili all’adattamento; meglio se si può seminare direttamente in campo, facendo attenzione a mantenere un’ugual distanza tra seme e seme: si avranno più garanzie di successo. Per una buona riuscita dell’impianto e per una cospicua resa , non bisogna aver fretta nella raccolta. Il primo anno deve essere dedicato alla sola cura delle piante, che devono essere lasciate crescere indisturbate; tra l’altro sopportano bene anche una certa trascuratezza nella coltivazione, ma non la siccità! Dal secondo anno in poi si può iniziare a tagliare le foglie e i germogli, facendo attenzione a lasciare sempre una porzione di pianta in salute, in quanto, essendo perenne, la si potrà sfruttare non solo altre volte nella stessa stagione, ma soprattutto per molti altri anni. Con l’approssimarsi dell’autunno del secondo anno, è richiesta una pacciamatura con torba, terriccio di foglie o di concime ben decomposto. Quest’ultimo funge anche da concime, ma in caso non si optasse per questa soluzione, allora sarebbe bene somministrare dei composti a base di nitrato i sodio e solfato di ammonio. Parti utilizzate La droga di questa pianta sono le foglie e i semi. tecniche di raccolta La raccolta ideale avviene a mano, con l’ausilio di lame o forbici. Questo perché si deve preservare la pianta per gli anni successivi. È quindi vivamente sconsigliato lo sfalcio impulsivo per avere molta materia da lavorare.

Origine, impiego nella storia e proprietà

Il nome di buon enrico, che è anche l'epiteto specifico del nome botanico, gli fu assegnato da Linneo per onorare Enrico III di Navarra, divenuto poi Enrico IV re di Francia, che era soprannominato il buon Enrico per il suo carattere buono che lo rendeva beneamato dalla sua gente, nonché mecenate dei botanici di quel tempo. Le zone fredde di Eurasia, nord America e le fasce montane delle zone temperate, sono i climi che più si addicono al buon-enrico. "impiego nella storia" Nei tempi passati si era soliti preparare dei cataplasmi per pulire e far rimarginare ferite e scottature. Usato anche per far aprire gli ascessi. Essendo commestibile, veniva raccolto e mangiato come insalata, anche in sostituzione degli spinaci dato il sapore simile. Principi attivi (descrizione dei componenti) Tra i costituenti del Buon Enrico troviamo delle betalaine, acido ossalico, saponine e mucillagini. Inoltre sono stati isolati acido tannico, diversi sali minerali, tra cui il più abbondante è il ferro, e la vitamina B1.

Benefici e avvertenze

Emolliente Il beneficio maggiore derivante dalle foglie del buon-enrico è l’effetto emolliente che si ha sulla pelle. Oltre che contro le scottature, lo si può applicare anche per far regredire i foruncoli e gli ascessi. Lassativo L’effetto lassativo, invece, è dato dai soli semi. Ma è cosi tanto blando che è indicato per le leggere stipsi o per i bambini. Antianemico La ricchezza in ferro, fa si che sia una pianta adatta a contrastare le anemie. Antielmintico Anche se è un suo parente stretto ad avere questo effetto (Chenopodium ambrosioides, da cui si ricava “l’essenza di Chenopodio”), anche il farinello ha un certo effetto vermifugo, di certo però non cosi potente da poterlo sfruttare appieno, ma non tossico come l’altra pianta. Prodotti in commercio Non è molto utilizzata in erboristeria, in commercio è difficile trovarla, in quanto per le stesse applicazioni le si preferiscono altre piante. Le forme farmaceutiche in cui la si dovrebbe trovare sono sacchetti per infusi (devono essere al 5% con un tempo di riposo di 30 minuti), o polvere (2 grammi per 2-3 volte al giorno), in capsule o da mescolare all’acqua per fare una sospensione. E ovviamente anche preparati pronti per fare i decotti da applicare sulla pelle. Al contrario si trovano diverse ricette regionali nel quale è impiegata in cucina. Controindicazioni Per il suo contenuto di acido ossalico è sconsigliato il consumo a chi è soggetto a calcoli renali o affetto da insufficienza renale o reumatismi.

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Domande frequenti

  • Quali sono le principali proprietà medicinali del Buon Enrico e come si utilizzano?
    Il Buon Enrico offre benefici distinti a seconda della parte della pianta utilizzata. Le foglie possiedono un forte effetto emolliente, ideale per trattare scottature, foruncoli e ascessi quando applicate esternamente sotto forma di cataplasma. I semi, invece, agiscono come un lassativo molto blando, adatto per alleviare lievi stipsi o per l'uso pediatrico grazie alla loro delicatezza. Inoltre, la ricca presenza di ferro conferisce alla pianta proprietà antianemiche, supportando la circolazione sanguigna. Sebbene abbia un leggero effetto vermifugo, non è paragonabile alla potenza del Chenopodium ambrosioides, risultando comunque sicuro e non tossico.
  • Come si coltiva correttamente il Buon Enrico in orto o giardino?
    Per una coltivazione ottimale, il Buon Enrico richiede terreni argillosi, ricchi di azoto e ben drenati, posizionati in aree soleggiate. Si consiglia la semina diretta in campo nel tardo aprile, mantenendo una corretta distanza tra i semi per favorire l'attecchimento, poiché le piante trapiantate faticano ad adattarsi. Il primo anno è cruciale: bisogna limitarsi a curare le piante senza raccoglierle, permettendo allo sviluppo radicale legnoso di consolidarsi. Dal secondo anno in poi, si possono prelevare foglie e germogli con cautela, lasciando sempre parte della pianta intatta per garantire la sopravvivenza perenne. In autunno, una pacciamatura con materiale organico decomposto aiuta a proteggere le radici e nutre il suolo.
  • È sicuro mangiare il Buon Enrico? Quali sono le controindicazioni?
    Sì, il Buon Enrico è commestibile e viene spesso definito 'spinaccio selvatico' per il suo sapore simile, venendo utilizzato in insalate o cotte. Tuttavia, il suo consumo presenta importanti controindicazioni dovute alla presenza di acido ossalico. Chi soffre di calcoli renali, insufficienza renale o reumatismi dovrebbe evitarne l'assunzione, poiché l'ossalato può aggravare queste condizioni. Nonostante sia generalmente sicuro per la popolazione sana, è fondamentale consumarlo con moderazione e consapevolezza, specialmente se si hanno patologie renali pregresse. La cottura può aiutare a ridurre leggermente la concentrazione di alcuni composti, ma la precauzione rimane essenziale.
  • Dove e quando raccogliere il Buon Enrico per uso officinale?
    La raccolta ideale avviene manualmente, utilizzando forbici o lame pulite per evitare di danneggiare irreparabilmente la pianta perenne. Si possono prelevare foglie e germogli a partire dal secondo anno di vita, dopo che la pianta si è stabilizzata. È sconsigliato il taglio drastico o lo sfalcio indiscriminato, poiché si rischia di uccidere la pianta o compromettere i raccolti futuri. La fioritura avviene tra giugno e settembre, periodo in cui i glomeruli diventano rosso-brunastri. Per le proprietà lassative, si raccolgono i semi maturi; per quelle emollienti e nutritive, le foglie giovani sono preferibili. Conservare sempre una porzione significativa della pianta per permettere la rigenerazione nelle stagioni successive.
  • Quali principi attivi contiene il Buon Enrico e qual è il loro ruolo?
    Il profilo chimico del Buon Enrico include betalaine, acido ossalico, saponine e mucillagini. Le mucillagini contribuiscono all'effetto emolliente lenitivo sulla pelle e sulle mucose. L'acido ossalico, pur offrendo benefici, impone le cautele renali citate. La pianta è particolarmente ricca di sali minerali, con il ferro che risalta come componente predominante, giustificando l'uso tradizionale come coadiuvante contro l'anemia. Sono presenti anche tracce di acido tannico e vitamina B1. Questi elementi combinati spiegano le sue azioni tradizionali: emolliente, blando lassativo (dai semi) e antianemica, rendendola una risorsa utile ma da usare con criterio clinico.

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